IO SONO PARTIGIANA!

Chi deve mettere i vetri alla finestra, montare la porta sui cardini, intonacare il soffitto… No, non è fotogenico. Per niente. Poi ci vogliono anni… E tutte le telecamere sono già partite per un’altra guerra.

Obbedire, badare alla casa, mettere al mondo figli, stare in silenzio, portare le corna. Ecco, secondo Mussolini, i principali doveri delle italiane. Dopo l’8 settembre alcune donne coraggiose diedero di questi doveri un’interpretazione piuttosto originale. Obbedirono ai partigiani che chiedevano loro di portare armi e messaggi; badarono alle case in cui si nascondevano i disertori; cucirono scarpe e vestiti per i soldati sbandati; restarono in rigoroso silenzio durante gli interrogatori. Sono Sandra e Camilla Pallavicino, Renata Viganò, Ada Gobetti, tantissime altre. Sono le madri e le sorelle di tutti noi. Non potremmo né studiare né giocare liberi, non saremmo probabilmente neppure mai nati, se queste donne non avessero offerto i loro corpi sofferenti per noi e per la nostra libertà.

Un percorso in bilico tra musica e teatro sulle tracce di quelle donne che hanno lottato contro il nazi-fascismo. Storie, testimonianze, lettere; episodi di una resistenza troppo spesso dimenticata o passata in secondo piano. Un’accorata indagine sull’importante ruolo della donna e insieme una riflessione sul concetto stesso di Resistenza.

La Resistenza delle donne si declina sia senza armi sia con le armi: due modalità che non sono separabili, che sono concepite all’interno di una scelta comune, che rendono ragione - tra l’altro - della vittoria della Resistenza. Due modalità che hanno per unico fine la libertà e la pace.
Come staffette, le donne facevano tutto il lavoro di comunicazione e di informazione: garantivano una rete fittissima di collegamenti senza la quale l'organizzazione non avrebbe potuto funzionare. Portavano e distribuivano oltre ai viveri e agli indumenti per i partigiani, il materiale di propaganda clandestino. Trasportavano armi e munizioni, e nello stesso tempo si prodigavano per risolvere anche le questioni private dei partigiani. Organizzavano il soccorso e il servizio di assistenza ai feriti nelle case più sicure e negli ospedali.
Nelle fabbriche organizzavano sabotaggi e promuovevano scioperi. Facevano manifestazioni contro il caro vita, assalti ai magazzini dei viveri, cercando di svolgere delle azioni che fossero in favore anche delle famiglie più bisognose. Inoltre o per iniziativa dei gruppi di difesa della donna o di singole, le partigiane si occupavano di identificare i cadaveri, li componevano, avvertivano e assistevano i famigliari dei caduti, piangevano con loro i morti.
Tutto ciò vuol dire che le partigiane, mentre rendevano possibile la resistenza, operavano per garantire la continuità non solo materiale ma anche simbolica dell'intera comunità. Il fatto per esempio, importantissimo, che le partigiane facessero in modo che il lutto potesse essere condiviso significava tenere in vita pratiche di relazioni umane civili in piena guerra, e con ciò alimentare il pensiero che non tutto era insensato e che la guerra avrebbe avuto una fine.
Perché una cosa abbia fine bisogna essere capaci di immaginare che abbia una fine.

Parole di Maria Camilla e Maria Alessandra Pallavicino di Ceva, Renata Viganò, Lidia Beccaria Rolfi, Ada Gobetti, Miriam Mafai, Italo Calvino, Beppe Fenoglio, Giorgio Caproni, Primo Levi, Luigi Meneghello e Wislawa Szymborska

con
Giovanna Rossi
Enrico Dusio

e con 
Carlo Roncaglia: voce e chitarra
Enrico De Lotto: contrabbasso
Vincenzo Novelli: chitarra
Giò Dimasi: batteria

arrangiamenti musicali: Enrico De Lotto
testo: Emiliano Poddi
luci e fonica: Donato Merz Terrameo

Uno spettacolo realizzato in collaborazione con 
Consiglio Regionale del Piemonte - Comitato per l'affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della Costituzione repubblicana
e UNCEM Piemonte

regia: Carlo Roncaglia

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